L'ideale del principe 
(Giovanni Pontano)
Quelli che vogliono comandare devono innanzitutto proporsi due scopi: la liberalità e la clemenza. Infatti il principe che si mostri liberale renderà amici i nemici, suoi fautori gli estranei, fidi i malfidi; indurrà ad amarlo gli stranieri, anche se dimorino in terre lontanissime. Quanto poi a colui in cui troviamo la clemenza, lo ammiriamo tutti, lo veneriamo, lo consideriamo una specie di Dio. Sono entrambe virtù che rendono il principe sommamente simile a Dio, la cui caratteristica è di fare del bene a tutti e di perdonare i colpevoli. Ma soprattutto conviene evitare l'adulazione. Chi infatti ascolta gli adulatori smette di essere padrone di sé, poiché giudica se stesso in base alle altrui adulazioni, invece che secondo la propria coscienza. Bisogna anche che tu cacci via dalle tue stanze l'ambizione, madre e nutrice di molti grandi mali, peste delle città e dei regni. Il principe che si ricorderà di essere un uomo, non si lascerà mai trasportare dalla superbia, ricercherà l'equilibrio e, quando vedrà che tutte le cose gli vanno secondo il proprio disegno, allora specialmente si ricorderà che le vicende umane sono regolate da Dio, al quale la superbia riesce particolarmente spiacevole. Bada a quel che prometti, ed anche a chi lo prometti. Non basta infatti tener conto delle facoltà e dei meriti, ma anche dei tempi e degl'ingegni. Vanno infatti considerate molte altre cose, e soprattutto che non v'è nulla di più vergognoso del non mantenere la parola; la quale è così importante che quando si sia data anche a un nemico, tuttavia è necessario rispettarla. Ed essendo la fede, come dicono gli antichi, costanza e verità nelle parole e nei patti, il principe non deve anteporre nulla alla verità, come è mostrato da quella saggia costumanza dei nostri antichi, secondo cui ogni giorno deve essere offerto al principe, perché lo baci, il libro degli Evangeli, che contiene la verità divina, in modo che il principe ne sia ammonito al rispetto della verità e ricordi di mostrarsi sommamente zelante di essa.
Devi badare soprattutto che quelli che ti si avvicinano ti trovino accessibile; nulla infatti è così alieno dal principe, nulla gli suscita tanto odio quanto l'asprezza, e quella che si dice scontrosità. Mentre al contrario si loda sommamente una cortesia temperata da serietà.
Chi è a capo di altri deve essere del tutto sgombro da passioni. L'ira non permette di vedere che cosa sia giusto; l'odio spinge all'iniquità; l'amore offusca il giudizio; la libidine induce alla violenza; il dolore è stimolo alla vendetta; l'invidia conduce alla rovina.
È peculiare dell'uomo, e specialmente dell'uomo che ha un principato, il rimanere padrone di sé nelle avversità e non soccombere dinanzi alla contraria fortuna.
Tradotto da Eugenio Garin in "Prosatori latini del Quattrocento"


























